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Mi hai detto,
con un sorriso appena accennato:
«Sei più bella da vicino che da lontano.»
Poi, come se temessi di essere frainteso,
hai aggiunto:
«Di solito è il contrario…
da lontano sembrano tutti più belli.
Da vicino, si svelano le crepe.»
Ma io, in quell’istante,
non avevo crepe,
solo luce negli occhi
e il battito troppo vicino al tuo.
Ci siamo fermati lì,
in un tempo rubato,
oltre ciò che era concesso,
oltre gli orologi,
oltre gli sguardi che pesavano.
Un incontro imprevisto,
che ha osato durare più del lecito,
e forse proprio per questo —
necessario.
Forse è lì la bellezza:
non nella distanza,
ma nel coraggio sottile
di restare dove il cuore
non avrebbe dovuto battere.
Le ore si sono dilatate
come un sogno che non vuole svanire.
I sorrisi si sono fatti alleati,
i silenzi, rifugi.
Intorno, il mondo sussurrava giudizi,
ma noi,
due comete cieche,
abbiamo scelto di non ascoltare.
Abbiamo abitato
quell’attimo fragile,
che odorava d’eterno
pur sapendo di fine.